mercoledì 19 luglio 2017

Tra Politica e Magistratura, la fine della Giustizia in Italia

Carichi di lavoro pesantissimi, sanzioni disciplinari, leggi penali modificate per annullare i processi ai colletti bianchi, attacchi politici e mediatici, nomine non trasparenti “hanno creato un ordine giudiziario sempre meno forte, sereno e indipendente e sempre più affetto dal carrierismo e dalla tentazione di cercare santi protettori. Cioè sempre più conformista verso chi comanda”.
Questo spietato ritratto della Magistratura italiana si deve a Piercamillo Davigo, ex Presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati.
In una lunga intervista, concessa a Il Fatto Quotidiano, affonda il dito nella piaga delle condizioni  in cui versa la il potere giudiziario in Italia. 
Quale Presidente di una Sezione Penale della Corte di Cassazione, il suo è un osservatorio indubbiamente privilegiato.
Purtroppo, però, anche chi si trova ad operare a livelli decisamente inferiori percepisce il grave stato di difficoltà e di sbandamento che attanaglia il settore.
Si è parlato spesso di giustizia ad orologeria, dettata dal desiderio della Magistratura di sostituirsi al potere politico o, quantomeno, di condizionarlo pesantemente. Si è parlato di accanimento nei confronti di alcuni esponenti politici, che, democraticamente eletti, si tentava di far uscire di scena con accuse montate ad arte e del tutto pretestuose.
Qual era lo scopo che si voleva raggiungere?
Quello di difendere personaggi indifendibili e di far passare modifiche legislative volte unicamente a vanificare  l'operato dei magistrati o a rallentarne l'azione.    
Si pensi all'accorciamento dei termini per la prescrizione dei reati, alla depenalizzazione del falso in bilancio, alla legge sul legittimo sospetto, che consente di chiedere la rimessione del processo ad altro giudice, soltanto per fare qualche esempio.
Sì, perché, nello scontro tra Politica e Magistratura, è necessariamente la Magistratura ad avere la peggio in quanto è la Politica che detiene il Potere Legislativo, quello che detta le regole del gioco.
Potrà esserci il singolo caso del politico condannato in via definitiva ma, complessivamente, sarà la Magistratura e, peggio ancora, la Giustizia ad essere sconfitta perché imbrigliata in una serie di norme e codicilli sempre più irrazionali e contorti.    
Stando così le cose, non deve stupire che la situazione sia quella descritta da Davigo.
Quando ci si rende conto che il nemico non si può battere ci si allea con lui.
Ci si dovrebbe, piuttosto, domandare come mai politici e magistrati si siano trovati così spesso a fronteggiarsi ma la risposta mi sembra, ahimè, fin troppo ovvia.
Chissà perché mi vengono in mente le parole di Berthold Brecht:“Sfortunato quel Paese che ha bisogno di eroi perché difetta di persone normali che fanno il loro mestiere con professionalità”.
Temo che oggi un magistrato che volesse fare  fino in fondo il suo dovere sarebbe da considerare un eroe!
so.sa.

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