sabato 15 luglio 2017

“Esecuzione con depistaggi di Stato”

E’ questo il drammatico titolo del secondo libro scritto da Luciana Alpi, madre di Ilaria, la giornalista italiana uccisa, insieme al collega Miran Hrovatin, a Mogadiscio il 20 marzo 1994.
Non vuole arrendersi la Signora Luciana perché, dice, quella di Ilaria è una vicenda che “riguarda chiunque, nel nostro Paese, stia attendendo una verità”.
A distanza di ventitre anni, di verità non se ne vede nemmeno l’ombra e ogni speranza sembra naufragare dopo la richiesta di archiviazione presentata dalla Procura di Roma.
Ventitre anni di indagini e gli accertamenti della Commissione parlamentare d’inchiesta non sono serviti a portare la benchè minima luce sull’omicidio dei due giornalisti, omicidio che assume sempre più i connotati di una vera e propria esecuzione.
Certamente la situazione politica della Somalia non ha aiutato ma l’impressione è che anche lo Stato italiano si sia reso complice per impedire l’accertamento dei fatti.
La recente sentenza della Corte d’Appello di Perugia afferma a chiare lettere che la condanna del presunto responsabile, Hashi Omar Hassan, a ventisei anni di reclusione è fondata sulla deposizione “contraddittoria, inattendibile e presumibilmente falsa”, resa dal teste somalo Ali AhmedRade, detto Gelle.
E afferma pure che la falsa ricostruzione dei fatti, operata dal suddetto teste, era stata suggerita da italiani.
Dichiarazioni di tal fatta avrebbero dovuto avere un effetto dirompente sul muro di gomma costruito attorno a questa vicenda e invece…nulla è avvenuto se non la richiesta di archiviazione del caso.
Quale terribile pentola stavano, dunque, per scoperchiare i due giornalisti?
L’ipotesi più probabile è quella del traffico di armi e di rifiuti tossici ma anche, purtroppo, di cooperazione deviata, con connivenze in apparati insospettabili.
La Signora Luciana è intenzionata a proporre opposizione alla richiesta di archiviazione ma, dati i presupposti, non è, tecnicamente, semplice farlo. Occorrerebbe indicare un oggetto su cui svolgere un’indagine suppletiva e le relative fonti di prova. Quasi impossibile in una situazione quale quella delineata.
Non rimane, allora, che mobilitare l’opinione pubblica, smuovere le coscienze, impedire che su questa brutta vicenda cali il silenzio, o, peggio, l’oblio.
Ognuno di noi può portare il suo contributo, parlandone, ricordando, indignandosi…
In conclusione, vorrei esprimere, come donna e come cittadina, tutta la mia partecipazione al dolore e tutta la mia ammirazione per il coraggio dimostrato dalla Signora Luciana, che, a ottantaquattro anni, continua a credere che una verità sia possibile.
So.Sa.

Nessun commento:

Posta un commento