lunedì 19 dicembre 2016

Riflessione di Natale (dal periodico Tam Tam)

Fra tutti i giorni dell’anno, quello di Natale sintetizza meglio la contraddizione tra la bellezza e la drammaticità dell’umana esistenza.
Ciò vale fin dall’inizio, raccontato nei miti evangelici di Matteo e Luca. La poesia della nascita di Gesù nel caravanserraglio di Betlemme evidenzia la delicata partecipazione dei poveri pastori e l’ottusa chiusura dei palazzi del Potere, ma anche la scarsa lungimiranza del misero gestore dell’”albergo” e l’omaggio da parte dei potenti magi d’Oriente. La gioia di Maria per una nuova vita è temperata dal persistente dubbio di Giuseppe su una maternità poco comprensibile. E che dire della rabbia degli abitanti della città di Davide, travolti da un fiume di sangue scaturito da una crudele strage di infanti mentre la sacra famiglia ha evitato il massacro non trovando di meglio che fuggire senza avvisare nessuno, verso l’Egitto? Anche il calendario liturgico cristiano ci mette del proprio, unendo la celebrazione del Natale a quella del giorno dopo, dedicata a Stefano, primo discepolo di Cristo lapidato a causa della propria fede.
Questa sensazione di equivocità attraversa lo spazio e il tempo. Il freddo e il gelo del solstizio si mescolano con la speranza della rinascita del Sole. Il senso di rinnovamento e di speranza in un nuovo inizio continuano a riproporre antichi riti e a generare nuovi gesti. Il trionfo del Sole invincibile viene sostituito dall’attesa del ritorno del misterioso Mitra dal copricapo frigio, Papa Leone quasi istintivamente fissa in questo giorno la memoria dell’inizio dell’epopea cristiana, la postmoderna civiltà dei consumi si scatena nell’ondata pubblicitaria più remunerativa dell’anno. E mentre il focolare riunisce le famiglie disperse nel calore delle chiese dove nella notte si espandono gli inni commoventi, la solitudine provoca una tristezza inconsolabile in chi non ha nessuno con il quale festeggiare, in chi ricorda un proprio caro strappato alla vita, in chi si rode nella gelosia ossessiva pensando dove e con chi stia festeggiando la ex o l’ex ormai per sempre perduti.
Anche la politica riesce a lasciare il proprio zampino nella temperie natalizia. Non c’è anno in cui non si scateni la polemica sul presepio, sostenuta dagli opposti estremismi: quello dei pasdaran dell’integralismo cattolico secondo i quali la statuetta del bambino Gesù deve essere la linea del Piave di un’identità minacciata dall’arrivo di nuovi popoli e culture; e quello dei partigiani di un’iconoclastia “senza se e senza ma”, convinti che nello Stato laico non debba trovare cittadinanza alcun rimando a forme e tradizioni religiose, qualunque sia la loro provenienza.  Nei percorsi formativi ed educativi validi insegnanti tentano interessanti vie di inclusione piuttosto che esclusione invitando i propri studenti a condividere la ricchezza delle abitudini dei riti, dei miti e elle visioni ideologiche delle rispettive famiglie. Tanti sedicenti politici si proiettano invece in improbabili arzigogoli filosofici e teologici dove crocifissi e presepi vengono branditi contro i nuovi arrivati nella venefica illusione di poterli ricacciare nel dolore della guerra o della fame.
E allora, in questo coacervo, che cosa rimane? La certezza della Vita, quella di Gesù è la memoria di una nascita, della fiducia umana – e per chi ci crede della fede nel trascendente – nella forza irresistibile dell’”esserci” che continua, si trasmette nella consapevolezza della sua bellezza e della sua tragicità. La Vita che si intreccia con la Morte in una danza permanente che ha avuto il suo inizio misterioso nella notte della preistoria del Mondo o del nostro concepimento e che un giorno avrà fine, nella fusione del Sole divenuto supernova o nella nostra “sorella morte corporale dalla quale nullo homo può skappare”.
Forse tutto questo ha un senso e forse no, è comunque nella domanda esistenziale, nell’attesa di una risposta e nel desiderio di una pace in grado di conciliare gli opposti, che trova ancora una direzione l’umano procedere. In questo Cammino ha ancora un valore augurarsi reciprocamente un “buon Natale!”.
Andrea Bellavite

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