venerdì 20 novembre 2015

Una guerra che (forse) non vinceremo e una guerra da vincere

Ho sempre augurato a me stesso di non vivere mai l’esperienza della guerra e ancor meno di non dover puntare addosso ad un altro essere umano un’arma.
Mio padre aveva dodici anni nel 1940, ha visto e vissuto tante cose che ti segnano per sempre: i bombardamenti, i rastrellamenti, la fame, la deportazione di parenti, la distruzione del proprio paese, la paura, l’incontro con lo straniero (in particolare con un soldato neozelandese). Di tutto ciò ha tentato di dirmi una parte, di darmi un’idea di cosa fosse ritrovarsi in una guerra.
Oggi mi rendo conto che quanto mi ha detto mi aiuta a ricordare cosa è la guerra per chi non la decide, ma la subisce (ovvero per la quasi totalità di chi vi è coinvolto).  Ma non è abbastanza. La guerra dentro cui ci troviamo – non importa se vogliamo usare questa parola o meno – è così uguale e al contempo così diversa da quelle del passato.
Il nemico (il linguaggio della guerra pretende l’uso del termine nemico) è uno stato/non stato, è lontano e in mezzo a noi, è così diverso ma vive la nostra stessa quotidianità. Un nemico di cui sai tutto e sai niente. La cui ferocia (il nemico è per antonomasia feroce) non sai se sia maggiore quando distrugge i siti archeologici e i musei, o quando sgozza i prigionieri, o quando ti fa capire con ineffabile efficacia che ogni luogo, ogni momento potrebbero essere quelli di un attacco.
Un nemico del tuo paese, ma anche personale, di ciò che hai costruito, sperato, creduto. Un nemico del tuo modo di essere umano. Un nemico tuo e di tanti che non conosci, che sono lontani e muoiono e soffrono ben più di te in Nigeria, Mali, Somalia, Filippine…e sì ovviamente anche in Siria, Iraq, Afghanistan, Egitto, Libia…
Un nemico che viene da lontano: Per me da quella sera dell’agosto 2001 in cui vidi piangere un algerino di circa quaranta anni accolto al Centro San Giuseppe. Piangeva per la sua solitudine, per la sua famiglia sterminata – tutta – dai fondamentalisti che la notte entravano nei villaggi e al mattino se ne andavano dopo averli trasformati in cimiteri.
Un nemico fatto a nostra immagine e somiglianza. Evocato, modellato da chi si è ritenuto così furbo e intelligente da poter continuare a fare le guerre per procura. Ennesima versione di quel “armiamoci e partite” che evidentemente non è prerogativa solo italiana.
Un nemico a cui è giusto dare di tutto: le bombe sulla testa, ma anche i dollari in nero per il petrolio. Un nemico per cui fare la colletta quotidiana acquistando le sue canne. A cui rivelarsi intenditori d’arte, quella non distrutta e messa da parte per noi (quelli di noi che se la possono permettere, ovviamente). Un nemico al quale continuiamo a regalare uno dei più grandi affari del secolo: quello della migrazione.
Un nemico barbaro quanto vogliamo, ma di una intelligenza non comune. Fa la guerra, produce profughi, li accompagna come solerte pastore alle rive del mare nostrum, intasca il pedaggio e tanti saluti ai profughi e all’Europa.
Un nemico che su questo aspetto ha un nemico assolutamente stupido (cioè noi). Togliessimo a lui l’esclusiva di questi viaggi, li rendessimo certi, sicuri, legali gli cancelleremmo una fonte di finanziamento di proporzioni colossali.
Ma noi al nostro nemico in fondo vogliamo bene. Non sia mai che si trovi a corto di soldi e soprattutto di armi. Per lui il supermarket è sempre aperto, anche nel weekend. E se gli mancassero soldati, niente paura, con disarmante lungimiranza abbiamo preparato un brodo di coltura a casa nostra che è qualcosa di grande…
Siamo in guerra, a pezzi e bocconi come papa Francesco ci ripete da oltre un anno. (Che strana ironia che il primo a capire questa guerra sia stato un uomo di pace).
Siamo in guerra. Una guerra dai molti fronti e multiforme.
Temo ci sia un tipo di guerra che non vinceremo e un tipo di guerra che dobbiamo assolutamente vincere.
Credo che non vinceremo la guerra delle bombe. Oggi tanti sono convinti che la soluzione è “più bombe”.
Nel corso della mia vita ho già visto due volte fallire questo tipo di scelta.
Ero bambino e poi ragazzo e ho visto quel “più bombe” in Vietnam. Gli Stati Uniti se ne sono andati con la coda tra le gambe (certamente i motivi sono stati tanti, ma l’esito è stato quello).
Da adulto ho visto “più bombe” sull’Afghanistan. E l’Unione Sovietica andarsene con la coda tra le gambe (e anche allora i motivi sono stati tanti, ma l’esito lo stesso).
C’è veramente una desolante mancanza di fantasia se nel 2015 siamo ancora convinti che quel “più bombe” sia decisivo.
Questa non è certamente la considerazione di un esperto di cose militari, ma ho visto, penso e deduco.
Non so come andrà a finire la guerra delle armi; non so se si combatterà solo in Siria/Iraq o si estenderà ad altri continenti.
So che c’è una guerra che non possiamo perdere, quella dei diritti e della speranza.
Gli eventi di questi ultimi anni rivelano come si siano costruite società a due velocità. Una per chi ha tutte le opportunità ed una per chi ne ha sempre meno o addirittura nessuna. E’ inevitabile che se si affermano dei diritti per tutti prima o poi gli esclusi vengano a chiedere: e a noi quando?
Sta nella coerenza di una società dei diritti non poter eludere questa richiesta.
Oggi le splendide parole della rivoluzione francese non risuonano nella vita di tanti. Tanti musulmani (e non solo).
Ma prima erano indiani nell’India britannica, neri negli Usa degli anni ’50 e ’60, ancora neri nell’Africa dell’apartheid.
Le guerre degli oppressi, degli esclusi, dei “senza posto per loro” sono state vinte dai Gandhi, Martin Luther King, Mandela.
Sono state vinte perché non si poteva perderle, perché altri esiti sarebbero stati atroci oltre immaginazione.
Sono state vinte non con bombe intelligenti, ma con scelte intelligenti; sono state vinte non con forze speciali ma con vite speciali.
Noi dobbiamo vincere la guerra della disperazione, dell’emarginazione, dell’esclusione. E se abbiamo la fortuna di non essere disperati, emarginati ed esclusi ascoltiamoli e facciamoci prossimi. Dove c’è condivisione non c’è più guerra.
Bernardo De Santis 


8 commenti:

  1. http://www.pandoratv.it/?p=4803
    L'articolo di De Santis è anche bello,ma tanto,tanto ingenuo.Ottimo per questo forum però.

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  2. Condivido, sig. De Santis, la sua lucida, meditata, pacata riflessione. Mi chiedo, inoltre, perché sprechi la sua intelligenza e il suo talento ( anche nello scrivere ) in questa sede. Su questo forum, periodicamente attizzato dal " banderillero ab ", spadroneggia lo scontro, urlato da entrambe le parti, fra...tutti maschi, giovani e sani e ...tutti fascisti, razzisti, leghisti. Ha fatto caso che ab non interviene mai a commentare i pochissimi post intelligenti, come il suo? Cordialità. GM
    P.S. Scommette che, fra poco, il " banderillero " inserirà un post sull'...artiglio del gelo e il generale inverno? Che è un dramma, beninteso: da sempre, in ogni luogo, per tanti disgraziati, praticamente mai " maschi, giovani e sani ".

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    1. Chistu ' è matto!

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    2. Ma perchè la spreca lei la sua intelligenza a scrivere su questo blog? Uno che dice "banderilleros" merita più ampia platea.

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    3. Eccoli: sono entrati in azione i...bravi di don ab! Intanto, l'usuale arena verbale impazza a commento dell'iniziativa di Cormons.

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    4. Anonimo, che colto, conosce perfino il Manzoni! Sono onorato di tanto dotta critica a questo umile bloggetto di periferia...

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  3. Sia Gandhi che Luther King e anche Mandela hanno vinto le loro"guerre" in favore degli oppressi,ma hanno pagato caro questa vittoria.Sia Gandhi che Luther King fuirono assassinati,e Mandela dopo decenni di dura prigione fu messo in condizione di non nuocere .Il potere fa pagare un caro prezzo a chi gli si ribella contro,e nel caso si vinca viene a corromperti per trasformarti come loro e poi gettarti nel fango e nell'oblio.L'arma più micidiale nelle mani del potere siamo noi(intesi come popolo)grazie alla nostra ignoranza e al nostro menefreghismo.

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    1. Non generalizziamo, dai. Non facciamo di tutta l'erba un fascio! ( capito l'antifona?)

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