lunedì 27 luglio 2015

I Musei Provinciali di Gorizia

Molto volentieri si pubblica un ampio testo del professor Silvano Cavazza, intorno a un tema culturale alquanto dibattuto a Gorizia in questo periodo. Grazie dell'opportunità di riflessione e confronto.
Il dibattito sulla destinazione dei Musei Provinciali sta sempre più diventando, come spesso accade a Gorizia (e in Italia), uno scontro tra destra e sinistra: tanto che si rischia, pur di difendere le rispettive posizioni, di trascurare l’oggetto stesso del contendere. Innanzitutto la discussione è molto parziale: riguarda essenzialmente l’aspetto espositivo dei Musei Provinciale, che è solo una frazione – sia pure quella di maggior visibilità –  del grande patrimonio culturale messo insieme dalla provincia di Gorizia nei suoi 150 anni di vita. Nel 1861 infatti venne istituito un Landesmuseum di stampo austriaco, destinato a raccogliere e custodire le memorie fondamentali del territorio, in tutti i campi: non solo opere d’arte, dunque, ma fondi archivistici e librari, reperti archeologici, persino collezioni naturalistiche. Il “Land” Gorizia e Gradisca infatti non era una semplice struttura amministrativa, ma una realtà territoriale, con la propria storia e autonomia, erede dell’antica Contea, di cui il capo della casa d’Asburgo portava, e porta ancora, il titolo: Graf von Görz. Nel dibattito attuale nessuno ha mai citato la Biblioteca Provinciale, ricca di pubblicazioni anche uniche in Italia; né tanto meno l’Archivio Storico, che contiene manoscritti e pergamene dal XIII secolo in avanti, ma soprattutto l’intero archivio della Contea asburgica, dal 1500 alla (prima) soppressione della provincia nel 1923. Nel periodo austriaco e tra le due guerre un’accorta politica di acquisti aveva portato all’acquisizione di vari archivi nobiliari (Strassoldo, Coronini-Quisca, Orsini-Rosenberg ecc.) e all’incremento delle raccolte esistenti, anche grazie alle donazioni di privati. I grandi goriziani, da Graziadio Isaia Ascoli ad Antonio Morassi, hanno infatti sempre voluto lasciare un ricordo di sé in quello che consideravano il luogo della memoria per la loro terra natale. Per non parlare di un’istituzione che per oltre un secolo ha rappresentato un aspetto fondamentale della cultura goriziana, il Teatro di Società, il cui stupefacente archivio (migliaia di locandine e manifesti, spartiti, contratti, libri contabili) è pure confluito nei fondi provinciali. È una documentazione che riguarda fondamentalmente la parte originaria della contea goriziana: Monfalcone e l’area ex-veneta sono poco rappresentate: per questo molti studiosi (temo la maggior parte) che consultano l’Archivio Provinciale provengono dai territori “goriziani” della Slovenia. La sedimentazione storica è dura a morire; a me, che sono monfalconese, la cosa può dispiacere: ma da questo punto di vista l’antica Contea e il Territorio non si sono mai integrati.
La guerra del 1915-18, come ha devastato la città, ha sconvolto la destinazione delle stesse strutture urbane. Il Castello, tradizionale sede del capitano del Land, ossia del rappresentante del potere sovrano, è passato di proprietà del Comune; il palazzo degli Stati Provinciali, centro dell’autonomia amministrativa del territorio, è ora la sede della Questura. Gli archivi e biblioteche hanno avuto destini analoghi: uniti, poi divisi – spesso senza criterio, appaiono ormai membra sparse di quello che in origine era un corpo unico. L’Archivio Provinciale conserva la serie completa dei censimenti austriaci della città di Gorizia, dal 1830 in avanti. Il fondo manoscritti della Biblioteca Civica (un archivio anch’esso, anche se non ne porta il nome) possiede molti urbari camerali, ossia i registri delle tasse pagate dall’intera Contea, i più antichi dei quali risalgono al secolo XVI e rappresentano una miniera inesplorata di nomi di persone e località. Il primo urbario austriaco, risalente al 1507, si trova peraltro nell’archivio Coronini Cronberg, depositato all’Archivio di Stato. Questo è solo un esempio della dispersione che attualmente domina nella conservazione della memoria storica goriziana, all’interno della stessa cerchia cittadina. A Gorizia manca completamente un luogo che custodisca e illustri compiutamente  la storia e la vita della Contea. Nel periodo fascista il Museo della Redenzione vedeva nell’annessione all’Italia il culmine della storia cittadina: in questa prospettiva almeno dava spazio alla storia precedente, sia pure per dimostrare l’ineluttabilità dell’esito finale. Ma ormai non esistono più dirigenti museali come Giovanni e Ranieri Mario Cossàr: in particolare quest’ultimo, uno storico vero e a volte geniale (si pensi alla Storia dell’arte e dell’artigianato in Gorizia, 1948), molto attento alla testimonianza dei documenti, sia pure con i limiti  dell’epoca. Ora il Comune rivendica i Musei Provinciali: con qualche diritto di prelazione, a mio avviso, se consideriamo il passato. La Regione infatti non ha mai gestito in proprio biblioteche e archivi storici; l’attuale assessore alla Cultura (ma anche all’Immigrazione) sembra inoltre privilegiare teatri ed eventi che abbiano risonanza turistica, di fronte alla conservazione della memoria storica: tanto da negare contributi a  istituzioni secolari come le Deputazione di Storia Patria, che pure mantengono in questo campo compiti pubblici, riconosciuti dallo Stato e dalle stesse leggi regionali. Il futuro per la storia goriziana si presenta purtroppo assai preoccupante. Non si può passare sotto silenzio che da decenni le autorità municipali hanno dato in gestione la Biblioteca Civica alla Biblioteca Statale Isontina; mentre la Fondazione Palazzo Coronini-Cronberg, di cui il sindaco di Gorizia è presidente, ha depositato all’Archivio di Stato l’archivio e la biblioteca Coronini (un grande patrimonio affidato alla città), senza praticamente intervenire su di essi, per rivolgere la propria attività a mostre e iniziative estemporanee, come testimonia la partecipazione frequente di personaggi come Vittorio Sgarbi.La Provincia da parte sua negli ultimi vent’anni ha manifestato solo occasionalmente interesse per le raccolte archivistiche e librarie di sua proprietà,  tanto che c’è da chiedersi se alcuni presidenti e assessori che si sono succeduti abbiano compreso veramente la loro importanza. In questo periodo i fondi provinciali hanno cambiato sede tre volte, andando a finire, dal piano nobile di palazzo Attems, nei locali inadeguati e bui del pianoterra e dello scantinato (spesso allagato) di palazzo Alvarez. In compenso le amministrazioni Brandolin e Gherghetta hanno istituito e incrementato, anche con ingenti investimenti di bilancio, il Museo della Moda e delle Arti Applicate, ampliando l’originario nucleo sull’artigianato serico nel Goriziano (con il famoso filatoio “a pedale”: un pezzo di archeologia industriale unico al mondo) in una mostra di grande impatto spettacolare, ma del tutto estranea alla realtà sociale della provincia. Gli splendidi vestiti della signora Wittgenstein o i monili di Auchentaller nulla infatti ci possono dire sui mille anni in cui Gorizia è stato un territorio autonomo, con la propria fisionomia e la propria storia.
Silvano Cavazza

7 commenti:

  1. Approvo in tutto, con un’amara riflessione: quello che non ci ha portato via la guerra, lo stiamo disperdendo noi stessi con vane operazioni di “politica della cultura”.
    Alessio Stasi

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  2. Cavazza, la fasi una proposta!

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  3. E gli immigrati? Bisognerebbe obbligarli ad andare nei nostri musei, pagando. Così imparerebbero un po' della nostra storia. Almeno.

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  4. La mia amica fiorentina, renziana di ferro, quando critico il governo mi dice: “E tu cosa proponi?”. Allora capisco che è tempo di cambiar argomento e di contemplare le stelle (insieme). Fare proposte senza avere un interlocutore mi sembra un esercizio inutile. Con il mio anonimo commentatore tuttavia non ho nessuna voglia di guardare le stelle, e poi si è rivolto a me nella mia lingua materna: merita una risposta. Anche se ritengo (lasciatemi il pessimismo della ragione) che l’argomento, nonostante l’entusiasmo di Bellavite, non susciti molto interesse. La mia proposta è semplice e riprende quella di Dario Stasi, che da tempo si batte per l’istituzione di un Museo del Novecento Goriziano. Perché solo il Novecento? Gorizia ha una storia antica, che è anche storia di un’autonomia e di un’identità che non possono svanire con la soppressione della provincia. Il visitatore ha diritto di trovare un luogo che gli illustri adeguatamente la storia del territorio; anzi: ne avrebbero bisogno gli stessi Goriziani. Non so quanti conoscano la carta dello sviluppo della contea di Gorizia, 1100-1500, predisposta da un grande goriziano (era di Lienz) come Hermann Wiesflecker per il Museum der Stadt Wien. Ma si potrebbe iniziare ancora da prima, dalla via Gemina e dal Pons Sontii, esibendo finalmente le epigrafi romane dei Musei Provinciali, relegate da anni in locali inaccessibili e pericolanti. E poi non mi vergognerei di metterci riproduzioni fotografiche di documenti e di opere d’arte collocate altrove, che hanno un senso, se adeguatamente illustrate. E poi i ritratti: ce ne sono tanti per il Sette e Ottocento, del Comune e della Provincia: magari non sono dei capolavori, ma posseggono un forte significato storico. Per esempio, il ritratto di Giovanni Nepomuceno Favetti di Annibale Strata (che è anche molto bello) spiega più di un libro l’ambiente da cui ha preso forma una parte dell’irredentismo goriziano. Quanti lo conoscono? La lista potrebbe allungarsi all’infinito: e sono materiali che abbiamo in casa, pronti all’uso, ora spesso trascurati o nascosti, o utilizzati come fondali per i vestiti del Museo della Moda. Ci sono almeno due sedi adatte per questa iniziativa, Palazzo Alvarez e il complesso di Santa Chiara: entrambi in posizione centrale, grandissimi. Ci sarebbe il problema degli attuali occupanti: l’università di Udine, addirittura l’università di Lubiana, oltre a varie associazioni private: ma se queste si trovassero una sede propria certo non verrebbe meno la vocazione di studi che esse conferiscono (o dovrebbero conferire) a Gorizia. Questa nuova istituzione potrebbe diventare anche il luogo della memoria, attirando quei lasciti di privati che nel corso degli anni sono andati scomparendo: si ricordi che l’ultimo dei Coronini, ramo di San Pietro, morto poco tempo fa, ha destinato il proprio archivio a Vienna. Per concludere, nel dibattito attuale su un punto almeno bisogna dar ragione al sindaco Romoli: non ci sono musei regionali. Questo accade, che io sappia, solo in Sicilia: dove sono serviti soprattutto per grandi assunzioni clientelari di personale, lasciando andare in degrado le strutture. S. Cavazza

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  5. Ottima proposta, anche se si pensa che il S. Chiara è grande e completamente inutilizzato, oltrechè mancante di qualsiasi idea di utilizzo.

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  6. Perche solo il Novecento? Rispondo.
    Perchè adesso è il momento del Novecento. E non intendo solo Gorizia ma il territorio del cosiddetto Goriziano con Nova Gorica, da Aquileia al Nanos. E' il momento del Novecento perchè stanno cadendo uno a uno gli sbarramenti, gli ostacoli che in questi ultimi settant'anni hanno impedito di vedere questo territorio nella sua unità. Se la stella rossa della Transalpina e tutto ciò che essa significa è venuta a Gorizia ed è andata a Roma vuol dire che è diventata storia, non più quindi oggetto di dispute infinite, di strumentalizzazione politica. E su questa strada ritengo sia importante continuare, perchè qui il Novecento ne ha da raccontare proprio tante di storie (è un unicum ha detto il presidente del Senato, su nostro suggerimento).
    Ciò non vuol dire che si debba dimenticare l'altra storia di Gorizia, quella che Lei Cavazza ricorda, ma soprattutto quella precedente, secondo me completamente dimenticata: quella di Attila e di Alboino, di Teodorico, del ponte sull'Isonzo della Mainizza descritto da Erodiano, dei nove miliari della via Gemina ritrovati a Villesse qualche anno fa e di quelli nascosti nei depositi del nostri Musei provinciali.
    Ad Aidussina hanno realizzato un piccolo museo raccontando la storia di un centurione romano ucciso da un brigante, storia desunta da una copia perfetta e lì esposta di una lapide originale trovata in loco - negli anni Trenta - lungo la strada romana; l'originale della lapide si trova nei depositi nascosti di Palazzo Attems. Questa è storia antica e storia del Novecento (che mi propongo di scrivere prossimamente).
    Non mi dilungo oltre ma io penso soprattutto a un uso turistico della nostra storia. Che è straordinaria.
    Dario Stasi

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