lunedì 6 gennaio 2014

Falluja: in Iraq continua la guerra di Bush

Falluja è una città dell'Iraq, forse la più provata dalle guerre del Golfo dei primi anni duemila: è lì che la coalizione antiSaddam utilizzò le bombe al fosforo, è lì che scomparve il giornalisti Baldoni e con lui furono messi a tacere tanti operatori dell'informazione internazionale. Ora si viene a sapere che le "milizie di AlQaeda" (termine generico per indicare tutti coloro che hanno "resistito" all'intervento militare del 2003 e alla conseguente "occupazione") hanno conquistato Falluja e che l'esercito "regolare" si appresta a lanciare la controffensiva. Sono passati più di dieci anni da una guerra scatenata sulla base di prove che tutti sapevano false, nel frattempo le giornate degli iracheni sono state costellate da un'ininterrotta teoria di violenza, di distruzione e di morte. Inoltre, dopo il disimpegno "occidentale", il martoriato Paese è stato marginalizzato dai media mondiali e fa fatica a raggiungere le prime pagine. Evidentemente i "risultati" sono stati raggiunti e non erano certo la tutela dei diritti umani o la salvaguardia del popolo oppresso. La gente vive sotto una minaccia costante, l'embrione di dialogo religioso è stato sostituito con un fondamentalismo intransigente e la miseria accompagna il periodico intensificarsi delle crisi. Ecco il risultato di una campagna militare che anche in Italia è stata sostenuta con entusiasmo da molti, perfino a Gorizia qualcuno stampò un giornale ad hoc, salutando i "liberatori" americani e l'arrivo dell'era messianica della democrazia alla Bush. La guerra è continuata e continua, la vicenda Falluja indica un innalzamento del livello di scontro e non è purtroppo difficile prevedere che il "successo" degli esponenti di AlQaeda o di chi per loro, getti ulteriore benzina sul fuoco già divampante in Siria, in Egitto, in Sudan, in Libia e altrove. Proprio dove le agenzie giornalistiche planetarie avevano esaltato l'arrivo dei "nostri".
ab

9 commenti:

  1. Vale la pena ricordare con che tranquillità si vide la scena dell'impiccagione di Saddam Hussein, quanti plaudirono alle primavere arabe o alle varie rivoluzioni arancioni, quanti pensano che in fondo la Grecia questa crisi se l'è voluta, quanti hanno plaudito alle guerre umanitarie, l'esportazione della democrazia, i diritti delle donne, il velo, che hanno giustificato i peggiori crimini. Non solo: ma chi denunciava questo veniva passato come filo terrorista, islamista, talebano, maschilista. Chi è a favore dei disgraziati palestinesi è ovviamente antisemita, vedi quello che succede a Moni Ovadia. C' è il terrore che viene con le armi o con la crisi e da noi c'è disinformazione, abitudine a non pensare, senso di colpa gettati a piene mani,conformismo e leccaculismo alle idee dominanti, a destra e a sinistra.adg

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    1. Da noi, inoltre, c'è troppa sinistra al caviale

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  2. perchè quella dei crodeghini quale sarebbe'

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  3. Non so dove sia… diciamo che essere di sinistra (davvero) e basta sarebbe più che sufficiente! Di sicuro è ben presente nel panorama attuale una certa sinistra radical-chic, molto pseudo-intellettuale. Mi sembra quasi di vederli: mangiano rigorosamente etnico, comprano alla coop (ma non nei centri commerciali), si curano con l’omeopatia, sono saldamente attaccati alla presunzione che il Buono e il Bello stiano da una parte sola. E’ la stessa sinistra ben rappresentata nel film di Sorrentino “La grande bellezza”, il film italiano candidato all’Oscar, altrimenti detto anche “la grande palla”.
    Secondo voi posso essere di sinistra senza essere intellettuale?

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  4. Ma certo, anzi gli intellettuali sono sempre saltati sul carro dei vincitori, dalle guerre in poi erano tutti o quasi fascisti. Quindi non essere intellettuale è un vantaggio. Ci ricordiamo delle palle degli economisti contro i lacci e lacciuoli che avrebbero fatto decollare l' economia? Bisognerebbe però definire la sinistra, perchè se è solo omeopatia, diritti civili, etnicità e simili sono meglio e più pragmatici i forconi

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