venerdì 30 settembre 2016

Il nuovo codice di giustizia contabile e il nuovo “patteggiamento erariale”

Entra in vigore il prossimo 7 ottobre il primo codice per la giustizia contabile, il codice, cioè, che regola i giudizi dinanzi alla Corte dei Conti.
Fino ad ora, a detti procedimenti si applicavano le norme del codice di procedura civile più alcune disposizioni speciali, dettate dalla peculiarità dei giudizi suddetti.
Ovviamente non mi soffermerò sui singoli articoli che, peraltro, recepiscono in larga parte disposizioni cui viene già data ampia attuazione.
Mi preme, invece, richiamare l’attenzione su due aspetti, secondo me molto rilevanti, cui non viene dato il risalto che meriterebbero.
Il primo riguarda le archiviazioni dei procedimenti. Mentre è previsto che i vice-procuratori debbano sottoporre i decreti di archiviazione al visto del procuratore regionale nulla viene detto riguardo alle archiviazioni disposte direttamente dal procuratore regionale medesimo. Ciò significa che il procuratore regionale potrà disporre un’archiviazione senza che vi sia alcun tipo di verifica sul suo operato né alcun tipo di opposizione.
Il secondo punto riguarda l’introduzione di una sorta di “patteggiamento” anche all’interno del giudizio per responsabilità erariale. E’ previsto, infatti, che il convenuto possa presentare una richiesta di rito abbreviato per la definizione del giudizio mediante il pagamento di una somma non superiore al 50 per cento del danno arrecato, esclusi, ovviamente, i casi di doloso arricchimento.
In altre parole, questo significa che per lo meno il 50 per cento dei danni subiti dalle amministrazioni pubbliche rimarrà a carico delle stesse e, quindi, in definitiva, dei cittadini!
Ritengo opportuno precisare che per esserci una condanna per danno erariale non è sufficiente la colpa semplice ma è necessario dimostrare la colpa GRAVE e che da sempre la Corte dei Conti dispone del cosiddetto “potere riduttivo” dell'addebito, cioè della facoltà, valutate le circostanze, di ridurre l'importo della condanna.  
Come sempre, lascio a Voi il giudizio.
Il mio, penso, sia fin troppo chiaro…
SS

giovedì 29 settembre 2016

Per non dimenticare…

L’anniversario della morte di una persona cara mi ha riportato alla mente l’opera teatrale “E’ vietato digiunare in spiaggia”, ispirata alla figura di Danilo Dolci e, in particolare, alla vicenda del cosiddetto “sciopero alla rovescia”.
Il 2 febbraio 1956, a Partinico, un gruppo di disoccupati decide di mettersi al lavoro, senza compenso, per ripristinare una strada comunale abbandonata. Interviene la polizia e Dolci, con alcuni collaboratori, viene arrestato per aver violato le norme del Testo Unico sulla Pubblica Sicurezza.
Il processo suscita enorme clamore anche perché a difendere Dolci è il grande giurista, nonché Padre Costituente, Piero Calamandrei.
Memorabili rimangono le Sue parole, che mi piace ora e qui ricordare: “Signori Giudici, che cosa vuol dire libertà, che cosa vuol dire democrazia? Vuol dire prima di tutto fiducia del popolo nelle sue leggi: che il popolo senta le leggi dello Stato come le “sue” leggi, come scaturite dalla sua coscienza, non come imposte dall’alto…
Ricordate le parole immortali di Socrate nel carcere di Atene? Parla delle leggi come di persone vive, come di persone di conoscenza: “le nostre leggi, sono le nostre leggi che parlano”. Perché le leggi della città possano parlare alle nostre coscienze, bisogna che siano, come quelle di Socrate, le “nostre” leggi”.
SS

Interferenze interessate

Molti si sono indignati per l'affermazione dell'ambasciatore USA sul fatto che in Italia, se vincesse il NO al referendum, l'economia andrebbe al collasso. Ma che dire della società finanziaria americana JP Morgan la quale in un report del 2013 afferma che le costituzioni dei paesi dell'Europa meridionale non vanno bene, perchè improntate a “valori socialisti come la tutela costituzionale dei lavoratori e il diritto di protestare se i cambiamenti non sono graditi”? Dunque noi dovremmo modificare la nostra Costituzione perchè troppo garantista nei confronti dei ceti più deboli? E ce lo dovrebbero suggerire le finanziarie statunitensi quello che dobbiamo o non dobbiamo fare? 
adg

domenica 25 settembre 2016

Assaltando Rideremo.

Alla fermata degli autobus gli studenti del Blocco studentesco, organizzazione di Casa Pound, hanno distribuito il volantino “Assaltando Rideremo” che io ho provveduto a leggere e a far discutere in classe, esercitando quella libertà di insegnamento che la buona scuola, con la chiamata diretta del preside, di fatto eliminerà. Il volantinaggio viene dopo l'affissione di manifesti sempre del Blocco che ha suscitato discussione in città. Sono sette i punti di riforma che i neo fascisti propugnano, tutti interessanti da approfondire, come il culto del corpo e della natura, il bisogno di comunità, il desiderio di raddoppiare le ore di educazione fisica, il bisogno di tradizione ma la contemporanea voglia di avere solo libri elettronici. Il punto più significativo però è quello numero  3 “Ritrova te stesso”, in cui si afferma che i giovani devono essere consapevoli della storia della prima guerra mondiale e dell'eroismo in essa dimostrato dai combattenti, così i ragazzi ritroveranno le loro radici. Dunque al di là delle migliaia di studi fatti sui disertori, gli scemi di guerra, le conseguenze tragiche del conflitto, i nostri diciassettenni parlano di coraggio, di eroismo e di morte per la patria. E'inutile per loro sapere la storia degli anni 60-70, le stragi, il delitto Moro, le guerre in medio oriente, basta conoscere quanto successe lungo le sponde dell' Isonzo.
Devo dire che non so quanta presa faranno i loro slogan: i giovani non si interessano di politica, la guerra come manifestazione di eroismo li lascia del tutto indifferenti, sono pacifisti nell'animo e non si sognano di assalire alcunché. Bisogna dunque stare tranquilli? Secondo me, no, perché comunque il Blocco è l'unica organizzazione giovanile, e a loro non si contrappone nessuno, perché alcuni bisogni sono condivisi, come quello di sentirsi più comunità, perché se si vogliono affermare idee e valori diversi bisogna parlare, confrontarsi, discutere.
Lo stiamo facendo a sufficienza nelle scuole? A me ha colpito che al Liceo Classico abbiano parlato Urizio e Mondolfo della Lega Nazionale della seconda redenzione di Gorizia, cioè dell'arrivo degli anglo americani in città dopo la presenza jugoslava. Immagino cosa avranno detto, perché più volte espresso sulla stampa. Mi chiedo se sia questa la strada opportuna per creare una coscienza storica e civile di quanto è accaduto nel Novecento e in particolare nel secondo dopoguerra tra i giovani. Possibile che gli studenti debbano sentire sempre una sola campana? Possibile che non si ascoltino mai le ragioni degli altri? E' inutile indignarsi per singoli gesti senza affrontare di petto, con costanza e determinazione il problema dei valori e dei saperi che vanno trasmessi. Ho paura che se come adulti non ci si pone questo problema avremo una generazione che si dividerà tra indifferenti e nostalgici, con pochissime e ininfluenti eccezioni. 

adg

sabato 24 settembre 2016

Offesa all'onore della donna

Il volume si pone per la prima volta l'obiettivo di riscoprire e analizzare il fenomeno delle violenze sessuali compiute in Carnia delle truppe cosacche e caucasiche collaborazioniste dei tedeschi tra l’agosto del 1944 e il maggio del 1945. Nell’ultimo anno del secondo conflitto mondiale, la Carnia e parte del Friuli vennero invase dal contingente cosacco-caucasico, che si insediò nel territorio con le proprie famiglie. Durante le diverse fasi dell’occupazione militare del territorio, le violenze e gli abusi sessuali divennero dei veri e propri strumenti di guerra.
Le ricerche presentate in questo volume comprendono l’analisi delle cause storiche, politiche, culturali, antropologiche e psicologiche del fenomeno.

Il volume di Fabio Verardo verrà presentata martedì 27 settembre alle ore 18 presso la sede del Forum in via Ascoli 10 a Gorizia. Con l'autore dialogherà Anna Di Gianantonio.

venerdì 23 settembre 2016

Condannati per danno erariale gli ex vertici dell’ATER di Gorizia

L’ex direttore dell’ATER di Gorizia, Mauro Favari, nonché i componenti del Consiglio di Amministrazione in carica negli anni 2004 e 2005, Sergio Pacor, Riccardo Grassilli e Damjan Primozic, sono stati condannati dalla Corte dei Conti a risarcire l’Ente della somma complessiva di euro 164.967,75, oltre a rivalutazione monetaria ed interessi legali sino alla data della sentenza.
Più precisamente, il dottor Favari è stato condannato al pagamento di euro 90.732,27 mentre i tre componenti del CdA sono stati condannati a risarcire euro 24.745,16 ciascuno.
Relativamente alla posizione dell’ex Presidente, Adriano Zamparo, benchè la sua responsabilità sia definita in sentenza “indiscutibilmente di rilievo” e virtualmente quantificata in un importo pari ad euro 76.138,96, nessuna condanna è stata pronunciata a suo carico poiché nel frattempo deceduto.
La vicenda trae origine da un’onerosa esternalizzazione di compiti tipici dell’ente a ditte esterne pur in presenza di professionalità adeguate esistenti all’interno.
Dette esternalizzazioni avevano riguardato, in particolare, la registrazione documentale, l’elaborazione dati per paghe e stipendi e i controlli di gestione.   
Su questi contratti si era pronunciato anche il Tribunale di Udine, che ne aveva dichiarato la nullità per due ordini di motivi: il mancato esperimento di gara pubblica per la scelta delle ditte e l’artificioso frazionamento del servizio al fine di non superare i limiti di importo fissati dalla normativa.
Inoltre, le società incaricate risultavano costituite proprio a ridosso del periodo di conferimento degli incarichi, erano riferibili ai medesimi soggetti, il loro oggetto sociale era “sostanzialmente identico e sovrapponibile”, le attività svolte erano spesso intercambiabili.
Infine, il personale impiegato era sempre lo stesso e spesso le società svolgevano compiti di competenza delle altre imprese del gruppo o addebitavano costi inerenti alle medesime attività svolte da altro soggetto. 

SS

giovedì 22 settembre 2016

Sulle tracce del bene

 E’ appena uscito, a firma di Gabriella Caramore e Maurizio Ciampa, “La vita non è il male”, cinque capitoli di riflessione sulle tracce del bene.
Il libro sembra voler rovesciare una delle domande fondamentali dell’esistenza umana, il senso del male, e ci suggerisce che, in realtà, il vero enigma potrebbe essere proprio il bene.
Come si legge nel risvolto di copertina, nasce “dalla fatica di mettere insieme i frammenti di senso che ci possono consentire di vivere”.
In effetti, è un libro che fa riflettere, che interroga, che sollecita una risposta.
Cercare il bene può non essere facile e trovarlo per nulla scontato. E’ un atto di fede e anche di coraggio.
Per poterlo riconoscere bisogna averlo incontrato, accolto, vissuto.
Il bene è un movimento. “Nasce da un volto che ci guarda e verso un volto va”.
Lo si può cercare negli antichi testi sacri, nelle narrazioni letterarie e artistiche ma, soprattutto, nella realtà quotidiana, remota o recente.
Ed ecco, allora, venire alla luce, anche nei momenti più bui della Storia umana, sprazzi di ordinaria bontà, attimi di profonda umanità.
Si raccontano episodi di vita che hanno come protagoniste persone che potremmo definire eroi senza gloria perché rimasti nell’ombra, ai margini di vicende molto più grandi di loro.
Ma il libro pone anche un altro interrogativo: il bene è solo un fatto individuale o si può pensare ad un bene più grande, collettivo, che coinvolga l’intera comunità dei viventi?
In altre parole, è possibile immaginare un progetto “politico” in grado di costruire una società più umana e più giusta?
Abbiamo tutti sotto gli occhi il fallimento dei grandi ideali sociali, delle utopie, delle ideologie, delle religioni.
Da dove partire allora? Da dove iniziare a ricostruire?
Gli autori avanzano una proposta: ricominciare da piccoli obiettivi in grado di comporre una rete, di creare speranza, di fare comunità.
E riportano la nostra attenzione su una parola spesso dimenticata: fraternità, uno dei tre pilastri della Rivoluzione francese ma, chissà perché, fin da subito, il più tradito. Forse perché ritenuto irrealizzabile o attinente ad una sfera troppo intima.
Fraternità che nasce quando si è più vulnerabili, più fragili perché è “la forza del noi”.
Fragilità e fraternità che, come dice Ungaretti, si saldano, si accostano “come foglie appena nate”.
SS